Zucchero italiano, chiude Pontelongo: così si smantella la sovranità produttiva del Paese.

 
La chiusura dello stabilimento di Pontelongo non è soltanto una notizia industriale. È il simbolo di un progressivo smantellamento della filiera bieticola italiana. Oggi resta operativo un solo zuccherificio nel nostro Paese, quello di Minerbio.
Un dato che dovrebbe far riflettere chi parla di sovranità alimentare e difesa del Made in Italy.
Negli ultimi vent’anni il comparto è stato messo in ginocchio da scelte europee che hanno progressivamente ridotto la capacità produttiva nazionale. La riforma dell’Organizzazione Comune di Mercato dello zucchero del 2006, promossa dalla Commissione europea, ha imposto drastiche riduzioni delle quote produttive.
Nel 2017, la fine del regime delle quote zucchero nell’ambito della Politica Agricola Comune dell’Unione Europea ha liberalizzato il mercato senza adeguate tutele per i Paesi con una struttura industriale più fragile. Il risultato è stato evidente: concentrazione della produzione nei grandi Stati del Nord Europa e progressiva desertificazione industriale in Italia.
Oggi si promuove lo zucchero “100% italiano” con campagne di Italia Zuccheri, ma la realtà è che il sistema produttivo nazionale è stato lasciato solo di fronte alla concorrenza internazionale, al dumping sui prezzi e all’esplosione dei costi energetici.
«Qui non siamo davanti a una semplice riorganizzazione industriale. Interviene Riad Ghelfi segretario regionale Patto per il Nord Emilia. Siamo davanti a un fallimento politico durato decenni. Prima l’Europa ha imposto tagli e liberalizzazioni senza protezioni adeguate, poi lo Stato italiano non ha costruito una vera politica industriale per difendere il comparto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: da decine di zuccherifici siamo arrivati a uno solo. Questa non è sovranità alimentare, è dipendenza strutturale dall’estero».
«Il Nord produttivo non può continuare a pagare il prezzo di scelte sbagliate. Se chiude uno stabilimento come Pontelongo, non perde solo un territorio: perde l’intero Paese. Meno barbabietole coltivate, meno lavoro, meno industria, più importazioni. È così che l’Italia si indebolisce da sola».
«La chiusura di Pontelongo, interviene Paolo Bertazzo, responsabile consulta agricoltura Patto per il Nord Emilia, rappresenta una ferita per il tessuto economico e sociale del territorio. Parliamo di competenze, di famiglie, di agricoltori che per anni hanno investito nella filiera bieticola. Senza una strategia nazionale chiara e senza una revisione delle politiche europee che hanno penalizzato il settore, rischiamo di perdere definitivamente un comparto strategico».
«Non si può parlare di valorizzazione delle produzioni italiane se non si difendono concretamente gli impianti che trasformano quelle produzioni. La politica deve assumersi la responsabilità di garantire condizioni competitive e stabili alle imprese».
Patto per il Nord Emilia ribadisce che la difesa del Made in Italy non può essere solo comunicazione. Serve una strategia concreta:
energia a costi competitivi per le imprese agroalimentari
contratti di filiera pluriennali stabili
tutela strategica degli impianti industriali rimasti
revisione delle politiche europee che penalizzano le produzioni nazionali
Il Nord non chiede assistenzialismo. Chiede condizioni per produrre e competere.
Quando un settore strategico si riduce a un unico impianto nazionale, non è un fatto marginale: è un campanello d’allarme per l’intero sistema Paese.
La vera sovranità alimentare non si proclama nei convegni.
Si garantisce mantenendo attiva la capacità produttiva sul territorio