
Sabato 20 gennaio 2018, alle ore 21, nell’ambito della Stagione Teatrale 2017/018 dedicata al teatro d’impegno civile, organizzata dal Tir Danza per il Comune di Fiorano Modenese, al Teatro Astoria va in scena lo spettacolo di prosa ‘L’esilio’, con Serena Balivo e Mariano Dammacco, che lo durato e lo dirige, prodotto dalla Piccola Compagnia Dammacco, con il sostegno di Campsirago Residenza, con la collaborazione di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino e di Associazione CREA/Teatro Temple, Associazione L’Attoscuro.
Biglietti prenotabili on line su www.liveticket.it/astoriafioranomodenese o negli orari di apertura del cinema, costo 16 euro (prevendita 2 euro), ridotto, soci Arci e soci Coop 14 euro (prevendita 2 euro).
ESILIO racconta la storia di un uomo come tanti al giorno d’oggi, un uomo che ha perso il suo lavoro. Quest’uomo, interpretato da Serena Balivo en travesti (seconda classificata al Premio Ubu 2016 nella categoria “Nuovo attore o attrice under 35”), insieme al suo lavoro, gradualmente perde un proprio ruolo nella società smarrendo la propria identità sentendosi abbandonato e solo seppure all’interno della sua città, fino a chiedersi come e perché è finito in tale situazione. E così gli spettatori possono partecipare al goffo e grottesco tentativo di quest’uomo di venire a capo della situazione dialogando con se stesso, con la sua coscienza forse, con la sua anima o magari con le sue ossessioni.
Lo spettacolo, con drammaturgia originale e centrato sul lavoro d’attore, cerca di offrire a ogni spettatore una riflessione sul nostro presente e di creare una sorta di memoria dell’oggi. I linguaggi scelti sono quelli del surrealismo e dell’umorismo perché lo spettacolo possa offrire a ogni spettatore visioni della vita di tutti noi in una forma trasfigurata che ne evidenzi le contraddizioni e suggerisca qualche interrogativo su questo nostro modo di vivere.
ESILIO è il secondo passo della “Trilogia della Fine del Mondo” ideata nel 2010 da Mariano Dammacco e in corso di realizzazione ad opera della Piccola Compagnia Dammacco. Il primo passo è stato lo spettacolo L’ultima notte di Antonio prodotto da Piccola Compagnia Dammacco e Asti Teatro nel 2012, con la collaborazione di Campsirago Residenza e di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino. Il terzo passo della Trilogia è in programma per il 2018 con la realizzazione di uno spettacolo intitolato La buona educazione.
Piccola Compagnia Dammacco
ESILIO
con Serena Balivo e Mariano Dammacco
ideazione, drammaturgia e regiaMariano Dammacco
con la collaborazione di Serena Balivo
cura dell’allestimento Stella Monesi
luci Marco Oliani
produzione Piccola Compagnia Dammacco
con il sostegno di Campsirago Residenza
con la collaborazione di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino
e di Associazione CREA/Teatro Temple, Associazione L’Attoscuro
Spettacolo vincitore Last seen 2016 (miglior spettacolo dell’anno su Krapp’sLast Post)
Spettacolo finalista al Premio Rete Critica 2016
Spettacolo finalista al Premio CassinoOFF 2017
Spettacolo finalista al Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria 2017
Spettacolo Selezione In box 2017
Serena Balivo finalista al Premio Ubu 2016
Dedicato a Paolo Ambrosino
La Compagnia ringrazia per il confronto durante la preparazione dello spettacolo Fabio Biondi, Fulvia Crotti, Elena Di Gioia, Gerardo Guccini, Saverio La Ruina, RubidoriManshaft, Arianna Nonnis Marzano, Francesca Romana Recchia Luciani, Luigi Spezzacatene, Paola Tripoli, Clarissa Veronico.
ESILIO racconta la storia di un uomo come tanti al giorno d’oggi, un uomo che ha perso il suo lavoro. Quest’uomo, interpretato da Serena Balivo en travesti (seconda classificata al Premio Ubu 2016 nella categoria “Nuovo attore o attrice under 35”), insieme al suo lavoro, gradualmente perde un proprio ruolo nella società fino a smarrire la propria identità, fino a sentirsi abbandonato e solo seppure all’interno della sua città, fino a sentirsi finalmente costretto a chiedersi come e perché è finito in tale situazione. E così gli spettatori possono partecipare al goffo e grottesco tentativo di quest’uomo di venire a capo della situazione dialogando con se stesso, con la sua coscienza forse, con la sua anima o magari con le sue ossessioni.
Lo spettacolo, con drammaturgia originale e centrato sul lavoro d’attore, cerca di offrire a ogni spettatore una riflessione sul nostro presente. I linguaggi scelti sono quelli del surrealismo e dell’umorismo perché lo spettacolo possa offrire a ogni spettatore visioni della vita di tutti noi in una forma trasfigurata che ne evidenzi le contraddizioni e suggerisca qualche interrogativo su questo nostro modo di vivere.
ESILIO è il secondo passo della “Trilogia della Fine del Mondo” ideata nel 2010 da Mariano Dammacco e in corso di realizzazione a opera della Piccola Compagnia Dammacco. Il primo passo è stato lo spettacolo L’ultima notte di Antonio prodotto da Piccola Compagnia Dammacco e Asti Teatro nel 2012, con la collaborazione di Campsirago Residenza e di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino. Il terzo passo della Trilogia è in programma per il 2018 con la realizzazione di uno spettacolo intitolato La buona educazione.
L’arboreto Edizioni ha pubblicato il libro “ESILIO” di Mariano Dammacco. Il libro comprende la drammaturgia integrale dello spettacolo, le illustrazioni originali di Stella Monesi e un apparato critico in forma di conversazione tra Mariano Dammacco, autore, Serena Balivo, attrice, e Gerardo Guccini, docente di Drammaturgia presso l’Università di Bologna e attento osservatore delle interazioni fra testo e spettacolo sia nelle esperienze storiche che in quelle contemporanee.
Piccola Compagnia Dammacco
compagniadammacco@libero.it
334 213 19 15 / 338 346 20 84
www.piccoladammacco.wix.com/teatro
Estratti di rassegna stampa.
L’ESILIO DI MARIANO DAMMACCO. ESERCIZI DI STILE DA CHECOV A FANTOZZI / Vincenzo Sardelli / Krapp’s last post
Uno spettacolo che trasfigura le angosce contemporanee in un’aura fantastica, esalta la voce della coscienza e unisce tratti da commedia dell’arte a eco kafkiane.
“Esilio” è un atto d’accusa contro la società odierna, ma anche un esercizio di stile che rispecchia alla perfezione gli stilemi di Cechov.
Una sorta di Charlot disorientato, dai baffetti sottili, dagli sproporzionati abiti maschili e dall’incedere fantozziano, interpretato da una Serena Balivo in stato di grazia; l’intercalare, sul palco e fuori campo, di una coscienza in abito bituminoso, centellinata da un Dammacco versione cammeo: protagonista di “Esilio” è un uomo contemporaneo alle prese con le proprie fragilità.
Pochi preamboli, nessun dilungarsi in descrizioni inutili. Entriamo subito in una dimensione spersonalizzante. Abbiamo davanti un individuo qualunque, senza nome né età. Dentro l’uomo, una quieta disperazione. Tutt’intorno, un alone di solitudine.
Si viaggia fuori del tempo. Si annaspa nel buio, cercando una via d’uscita. Chi ci parla è all’inizio di un crinale inesorabile, avviato dalla perdita del lavoro. Seguono una forte crisi d’identità, la perdita delle relazioni e del prestigio sociale, la dissoluzione dell’autostima. Si tratta di un intreccio di sentimenti e sfumature dell’anima: tristezza, dissimulazione, incredulità, sgomento, ansia, rabbia, paura.
La voce del mare, di chi prova a restare in equilibrio su una zattera nella tempesta della vita. La vocina sgomenta, soffusa, vereconda, di una buffa marionetta dagli scatti spigolosi e dalle movenze oniriche. Domina un’ironia soffusa. Affiorano, sotto i baffetti della Balivo, le parodie di Sabina Guzzanti versione D’Alema, ma anche le buffe, storiche telefonate di Franca Valeri nei panni di sora Cecioni.
Non manca nulla in questo spettacolo surreale che usa un linguaggio icastico, esorcizza lo psicodramma con sprazzi di comicità, crea movimento con danze sghembe da carillon. La scelta del monologo a due voci, la scrittura in prima persona, ci trascina dentro la narrazione, facendoci riflettere sulla nostra condizione di esuli dell’identità.
È una poetica dell’alienazione, dove si alternano momenti di dolore, miraggi di tregua, velleitari slanci d’ottimismo. Eppure non c’è ombra di rassegnazione in quest’ometto zelante e industrioso, che prova ad attivare una miriade di strategie di sopravvivenza. Attinge perciò alle tante guide pratiche di filosofia spicciola che imperversano ai nostri tempi: la religione, il Pilates, il buddismo, la fisica quantistica. Malgrado ciò, lo stallo prosegue. Il presente risucchia sogni e ricordi, passato e futuro.
Quella di Dammacco e Balivo è la narrazione di una confessione, ma è soprattutto una scrittura della reticenza. Lo stile, semplice e sobrio, è come modellato sul tragico quotidiano, cioè sulle minute pene dell’esistenza. Le pennellate sembrano messe a caso, come se non avessero nessun rapporto tra di loro. Invece, guardando da lontano, si coglie un quadro d’insieme chiaro. Ne nasce un racconto breve, fatto di silenzi, impliciti e salti temporali. Ogni scena tace, allude, lascia in sospeso.
“Esilio” è uno spettacolo notturno sublimato dalle note di pianoforte, che unisce un meticoloso teatro di parola alle suggestioni del teatro di figura.
Resta la sensazione di una drammaturgia d’autore densa di riferimenti colti mai ricercati o esibiti, sempre sopiti e impliciti, spontanei, inconsciamente interiorizzati. Ne scaturisce un’arte ricercata eppure popolare, capace di toccare corde universali, poiché usa registri e linguaggi accessibili a tutti.
L’Esilio di un uomo che non smette di sentirsi vivo / Roberto Rinaldi / rumorscena
Quando a teatro riscopri il piacere di assistere ad uno spettacolo che diverte – e allo stesso tempo – ti costringe ad interrogarti sul senso della precarietà esistenziale a cui tutti siamo destinati, senti di aver condiviso un’esperienza artistica solida e matura per il suo impegno professionale e creativo. Tradurre sulla scena le inquietudini di una condizione umana, posta in essere come inutile per la società basata sul profitto, è alquanto difficile e a rischio di collisione con i linguaggi retorici dettati spesso da prese di posizione ideologiche. Questo non accade in “Esilio” per merito di Mariano Dammacco autore e regista e per la presenza in scena di Serena Balivo, attrice in grado di interpretare il ruolo di un uomo, a cui è stata privata la dignità, scartato come un peso di cui disfarsi. Licenziato perché non più utile in un sistema produttivo cinico e spietato. Emarginato come potrebbe esserlo uno qualunque e destinato a soccombere la cui vita perde di minuto in minuto valore e senso. La desolazione incombe sempre più nell’accorgersi di quanto insignificante sia la sua condizione deprivata, in balia di sentimenti che scorrono via l’uno dopo l’altro come nuvole nere minacciose. “Esilio”appartiene alla “Trilogia della fine del mondo” e ha tutte le caratteristiche per essere definito un lavoro ben strutturato dove emergono i meccanismi di una costruzione drammaturgica sapiente in grado di dialogare tra palcoscenico e platea, offrendo una gamma di registri tra il surreale e l’ironico in cui l’umorismo non è che il rovescio della medaglia di una cinica disamina di un mondo che sta implodendo. La deriva di una vita che non riesce a stare a galla trascinata di peso sul fondo da un’indifferenza che non conosce nessun sentimento di comprensione e compassione. Un uomo anonimo divenuto invisibile agli occhi di chi non sa più tendere la mano verso i più deboli. La figura minuta di un uomo sommesso ma non disposto a cedere lo rende con una tale bravura Serena Balivo, un’aderenza tale al ruolo da trasformarsi in un personaggio sempre più caricaturale, infagottato in un cappotto che lo priva delle sue sembianze fisiche fino a farlo diventare un manichino. L’evolversi della narrazione (quando il teatro sa raccontare una storia il risultato si vede) dimostra un uso raffinato nella scelta di intercalare momenti di soave leggerezza ad altri più pregnanti di contenuto. Non scade mai nel comico fine a se stesso quanto, invece, dimostra come si possa far divertire il pubblico senza rinunciare a far riflettere, perché è questo il compito e la responsabilità del drammaturgo/regista e interprete del contemporaneo. “Esilio” è una denuncia sobria ma diretta nel far emergere come sia difficile sopravvivere per chi non è più in grado di avere peso e potere nel vivere d’oggi; dove con uno scatto d’orgoglio, l’anonimo uomo non si rassegna e cerca ogni alternativa per riscattare la sua esistenza. Cerca rifugio nella fede buddista, nella pratica ginnica, nel sapere della teoria della fisica quantistica. Ogni pretesto è buono per dire: io sono vivo e ve lo dimostro e non mi faccio annientare per nulla al mondo. Un moto d’animo coraggioso sempre sospinto da una recitazione misurata e calibrata e l’uso efficace di ogni registro a disposizione. La voce che gorgoglia nel sussurrare incespicato di un linguaggio a tratti bofonchiante, sussurrato e la mimica gestuale corporea simile ad una marionetta, crea momenti di poesia in cui Mariano Dammacco entra in scena come un’apparizione onirica, un narratore che introduce e riassume i passaggi chiave della “favola”: la voce dell’inconscio, dove il lieto fine è scritto dentro ognuno di noi e lo conserva fino ad uscire sentendosi rinfrancato.
ESILIO / Nicola Viesti / HYSTRIO 3/2016
[…] L’anima di “Esilio”, bel testo di Mariano Dammacco, appartiene a uno dei tanti che, al giorno d’oggi, viene sbattuto fuori dal posto di lavoro e poco per volta si ritrova in un vuoto sociale che, gradatamente, diviene anche un vuoto personale, una progressiva perdita di identità […]. Due monologhi che si intrecciano e che, anche se non rinunciano a una sottile inquietudine, sanno essere smaglianti di arguzia e ironia. […] una messinscena all’insegna dello stato di grazia. Dammacco ci sembra ricongiungersi alla perfezione formale e alla profondità dei suoi testi più significativi in cui riusciva ad affascinare lo spettatore nello stesso tempo disorientandolo. In “Esilio” si aggiunge la semplice ma giustissima idea di messinscena con un piccolo palcoscenico regno del travet e tutt’intorno il luccicante dominio dell’anima a cui dà voce e corpo lo stesso autore. E poi, straordinaria, Serena Balivo che, in vesti maschili, non solo è credibilissima ma riesce a rappresentare l’essenza stessa di un uomo alla deriva.
Tramedautore / Ugo Perugini / Il Mirino
[…] L’uomo senza lavoro è un uomo che ha perso l’anima – comunque la si voglia chiamare – dice l’Autore. La sua è una verità difficile da contraddire perché la situazione che egli descrive con grottesca crudeltà rientra in un fenomeno che da diversi anni ha cambiato il mondo del lavoro, mostrando di essere ormai irreversibile e che si traduce in una precarietà sempre più diffusa, che porta
con sé conseguenze di cui ancora non abbiamo del tutto valutato la drammaticità. L’omino (impersonato dalla brava Serena Balivo), come un novello Charlot, tentenna, si muove come una marionetta, si angoscia per la sua situazione di disoccupato, passa tutti i tormenti di questa dolorosissima “via crucis”, che lo porteranno all’esilio dal mondo dei viventi. L’autore analizza con attenta e sadica precisione, attraverso un testo di notevole spessore psicologico, tutte le sfumature del suo stato d’animo di persona espulsa dal mondo del lavoro e, in sostanza, dalla vita: incredulità, sgomento, vergogna tristezza, ossessione, ansia, scorno, rabbia, fallimento, lucidità, reazione…Lo fa però anche con ironia delicata mai troppo corrosiva, in un’atmosfera di trasognato incantamento, resa bene anche dalla recitazione “lunare” della Balivo. […] Ci piaccia o meno questa è la realtà. Ben vengano, quindi, contributi teatrali che cercano di farci comprendere quello che sta accadendo in bene ma, soprattutto, in male nella nostra società del lavoro.
Artrite filosofica: la meravigliosa malattia di Dammacco/Balivo in Esilio / Renzo Francabandera e Elena Scolari / PAC
RF – Appena è finito mi sono girato verso la persona che avevo di fianco e le ho detto: “Ammazza che botta!”. Esilio, ovvero di come scrivere un bel testo, di come portarlo in scena con idee potenti, e di come guidare un attore.
ES – Già. Lungo la via infernale che il disoccupato percorre, le tenta tutte: dal buddismo/bullismo al pilates senza troppe distinzioni, fino alla quantistica, con una parodia del gatto di Schrödinger (che è morto e non morto nello stesso istante) veramente esilarante. Sì, perché uno dei pregi del lavoro di Dammacco/Balivo è l’equilibrio tra malinconia e ironia, tra risate e commozione, tra ingenuità e sottigliezza. Il testo è intelligente, acuto, profondo (come fu per L’inferno e la fanciulla) e mostra un autore che si guarda intorno e cerca di capire. Esercizio che può occupare la vita intera.
RF – Di malattie psicosomatiche ed ansie da fine del genere umano siamo tutti sottilmente vittime. Ritengo Esilio il primo testo veramente completo e analitico di teatro post-umano, che ci colpisce perché ha la visionarietà di un libro di fantascienza ma senza tirar fuori extraterrestri e astronavi. E questo ci angoscia, il fatto che sia qualcosa che l’uomo è riuscito a fare da solo, autodistruttivo com’è. Condivido proprio filosoficamente il punto di Dammacco in tutte le sue implicazioni anche politiche. Personalmente mi sono disperato molto.
ES – Personalmente io ho anche riso molto, a volte amaramente, e ho tanto condiviso la sensibilità di due artisti che insieme pensano e cercano, trovano la ridicolaggine del mondo e la inscenano, affettuosamente.
Se un uomo perde il lavoro, trova un superlavoro la sua anima / Enrico Fiore / controscena.net
In breve, l’espediente drammaturgico che consente all’autore di evitare il rischio della retorica è quello di liberare quei sentimenti (Incredulità, Sgomento, Vergogna, Tristezza, Spirito di Reazione, Spossatezza, Ossessione, Ansia, Istinto di Sopravvivenza, Rabbia, Sospetto, Torto, Paura, Paranoia, Speranza, Irrazionale Ottimismo, Lucidità) dalla prigione delle parole sentenziose, trasformandoli in una sorta di escrescenze del «corpo» (il corpo sociale, intendo) del neodisoccupato. […] L’operazione ha i suoi meriti. E notevole è la prova fornita da Serena Balivo, isolata su una pedana, una specie di zattera alla deriva, nei panni di un Uomo che sembra un disarticolato Charlot ulteriormente straniato dalla voce blesa e dalla erre moscia; mentre le gira intorno, a rendere la stanca filosofia di Anima, lo stesso Dammacco in un non meno straniante abito da sera lungo in lamé.
TEATRI DI VETRO/ Valentina De Simone / cheteatrochefa.roma.blogautore.repubblica.it
A vederla emergere dal buio, Serena Balivo, con i baffi neri disegnati sul viso sottile, con quel vestito largo ed antiquato da uomo, l’andatura incerta e anche un po’ buffa, con la tenerezza di ogni sua espressione di stupore e d’inadeguato disappunto, viene da pensare a quel monumento d’umanità fragile e dolorosamente lirica che fu l’Umberto D di Vittorio De Sica. C’è in qualche modo la stessa poesia scomoda ed ineffabile in Esilio della Piccola Compagnia Dammacco, storia qualunque di uno sconosciuto qualunque, uno di quelli destinati a non lasciare alcun segno particolare nell’esistenza, almeno non per la legge dei grandi numeri. Uno di quelli a cui una vita intera al chiodo assicura appena il minimo per poter tirare avanti con dignitosa modestia. […] Ad abitare il corpo sensibile di quest’uomo che non ha più neanche un nome da consegnare agli altri, una Serena Balivo sapiente, misurata, ironica, toccante, in grado di modulare stati d’animo ed intensità con assoluta disinvoltura. A dividere con lei la scena, un Mariano Dammacco che è voce narrante e dell’anima. La sua regia centrata, la sua scrittura astratta e concreta al contempo, cifra di una maestria maturata in anni di militanza teatrale, sferra parole soavi che pesano come macigni, piene di purezza e letali, per il carico di verità che si portano dentro.
ESILIO / Francesco Chiaro / Persinsala
[…] Tramutando la presa di coscienza in perdita d’anima, la Piccola Compagnia Dammacco narra la fine di un mondo microscopico che, sorprendentemente, ci coinvolge tutti. […] il tema del reinventarsi, del rinascere dalle ceneri del precariato, e mettono in scena l’uomo moderno nell’attimo in cui questi viene preso a calci nelle terga e «buttato» in mezzo alla strada. […] La denuncia è chiara: la monodimensionalità di valori ci sta schiacciando. Il piccolo ometto kafkiano, però, non intende arrendersi, e proverà a battere tutte le possibili strade di rivalsa personale. […] Il teatro della Dammacco guarda con affetto i reietti della società e percepisce la loro marginalizzazione come un processo interamente riconducibile al passaggio da produzione di senso a produzione di beni come unica raison d’être. Affabulando il declino dell’essere con toni surreali ma vigorosamente onesti, le parole del drammaturgo – in bocca alla sua attrice – la tingono, come un caleidoscopio, di tutte le sfumature emotive possibili e immaginabili operando un gioco umoristico che non scade mai nel macchiettistico e andando a toccare con delicatezza le corde più profonde di quello che un tempo si chiamava, appunto, cordis.
Cartoline da Castrovillari / Michele Di Donato / Il Pickwick
Esilio della Piccola Compagnia Dammacco è uno spettacolo di buona fattura, il cui linguaggio è contemporanea coniugazione di parola e azione scenica, con una eccellente Serena Balivo en travesti che con movenze alla Charlot e tono querulo dà vita ad un’essenza umana che assomiglia ad un uomo d’altri tempi calato nell’oggi, emblema di una discrasia tra individuo e contesto, tra l’umanità delle affezioni e la mortificazione che il mondo esterno perpetra. La scena è un quadrato di legno, zattera d’una deriva precaria, su cui si consuma un naufragio dell’anima […] mescolando i toni del surreale ad una pantomima efficace, Esilio tratteggia un espressionistico affresco della solitudine dell’uomo moderno, perso nel guano strutturale di una società e dei suoi guasti; lo fa mostrando una cifra espressiva interessante, meritevole di essere seguita.
Teatri di Vetro / Miriam Comito / miriamlearti.blogspot.it
ESILIO è uno splendido esempio di teatro sociale, l’io narrativo, si scinde in due elementi, che come di consuetudine sono uno esterno, il corpo (Serena Balivo), e uno interno: l’anima (Mariano Dammacco). Può accadere, in circostanze “eccezionali” che la parte interna sia costretta ad uscire allo scoperto, a mostrarsi nella sua nudità e fragilità, ed ecco che l’anima stessa si sente smarrita, fuori posto…ma cosa è successo, perché l’anima è dovuta uscire dal corpo? […] Quest’uomo è l’emblema e il portavoce del cittadino, del cittadino normale come potrebbe essere ciascuno di noi, in effetti, non si può dire che non sia reale l’esistenza di un complotto molto ben congegnato per ridurre all’osso la popolazione, stordirla e poterla manipolare a proprio piacimento. Il cittadino, che non ha caso non ha un nome viene presentato come una marionetta, bravissima Serena Balivo in tutto, le espressioni del viso, il modo di muoversi, che creano da una parte empatia con il personaggio, e dall’altra l’impressione di assistere ad una farsa dove l’umanità è rappresentata, appunto, come un burattino.
Tramedautore / Adele Labbate / Recensito
[…] di riflessione sulla condizione umana è il bellissimo “Esilio”, con Serena Balivo e Mariano Dammacco. […] In una messa in scena che sembra ricordare alcune pellicole di Charlie Chaplin, si racconta la storia degli ultimi, nella fattispecie di un uomo come tanti al giorno d’oggi, che è spinto a sentirsi abbandonato e solo seppure all’interno della sua città.
Esilio a Soliera / Emanuela Dal Pozzo / traiettorie.org
Imperdibile lo spettacolo “Esilio”: un gioiellino, uno squarcio di originalità in un panorama teatrale che sempre più nella migliore delle ipotesi offre bravura attoriale con regie al mero servizio dell’attore e purtroppo spesso non capaci di raccontare oltre la centralità attoriale. Non è questo il caso, in cui la bravura della protagonista, Serena Balivo, in vesti e parte maschile, e così la regia, sono un tramite per raccontarci il senso di solitudine, di emarginazione e di annichilimento in cui oggi viviamo: un racconto surreale e ironico, capace di grande leggerezza e profonde verità, una messa in scena che per tutto il tempo interroga implicitamente gli spettatori offrendo interiorizzazioni psicologico emotive del mondo che ci circonda, fino alla domanda esplicita finale rivolta al pubblico: “Io sto bene e tu?”. Serena Balivo, (seconda classificata al Premio Ubu 2016 nella categoria “nuovo attore o attrice under 35”) coadiuvata in scena da un efficace Mariano Dammacco nelle vesti della coscienza, anima con precisione e attenzione al dettaglio un personaggio che pare uscito dalle pellicole in bianco e nero, con lo stesso ingenuo stupore di un novello attuale Charlot, esplicitando nella sua presenza scenica un amore per il teatro e una conoscenza dei suoi confini e delle sue straordinarie possibilità, non così scontate oggi. La bellezza di questo spettacolo, nel testo, nella regia e nell’interpretazione è proprio questa capacità di trasfigurazione poetica del reale, questo bagno in una coscienza sensibile, con tutte le divagazioni e sfumature possibili, alla ricerca di risposte che cadono nel vuoto; è questa simpatica ed empatica leggerezza che cerca di sondare la realtà con gli occhi ingenui di chi fino alla fine non riesce a credere alla malizia umana, preferendo soluzioni più colorite e fantasiose che quasi inavvertitamente delineano il reale. La dimostrazione di un pensiero creativo che unito ad una competenza tecnica raffinata conduce ad un progetto artistico sfaccettato, con la giusta distanza dallo spettatore e tale da permetterne uno spazio di riflessione: quello che secondo me oggi dovrebbe essere il teatro […]. Meritatissimi i premi vinti. Applausi ed ovazioni in chiusura da parte di una platea peccato non troppo affollata.
Esilio: sulla zattera del lavoro negato con Piccola Compagnia Dammacco / Massimo Marino / boblog.corrieredibologna.corriere.it
Un’isola nel palcoscenico. Una zattera. Rumore di acqua, pioggia, diluvio sulle nostre vite. Un’Anima in pena, un’Anima fuori di sé in abito lungo, lamé che sembra le squame di una sirenetta. La condizione raccontata è resa con intelligente sensibilità di recitazione, in un quadro da Pitture nere di Goya, dove il licenziamento è un grottesco balletto dei dirigenti alla fine del quale l’espulso non può che dare ragione ai cacciatori di teste […]. Pronto sempre il rifugio telefonico, parlare a chi non ascolta (chi ha un dolore parla a un apparecchio vuoto), come anche in agguato personaggi da moralità medievale evocati con la maiuscola, Incredulità, Sgomento, Vergogna, Tristezza, Spirito di reazione, Spossatezza, come in una Danza Macabra dei Princìpi, che si ripete, nei giorni, nelle ore, nelle ore, nei giorni. Lo spettacolo, migliore spettacolo al premio Last Seen 2016 di Krapp’s Last Post, finalista al premio Rete Critica, si muove tra trattenuto stupore, funambolismo sul filo dell’angoscia, umor nero.
L’isola dell’uomo “buttato” / Italo Interesse / Quotidiano di Bari
“Buttato” via dal mondo del lavoro, caduto in miseria, smarrito ogni contatto col prossimo, un uomo comune si ritrova in una stanzetta i cui quattro metri quadrati fanno pensare più a uno scoglio avvolto dall’Oceano che a una cella. E’ tutto uno scherzo, è il risultato di un inspiegabile complotto? Si interroga in preda a un quieto smarrimento quest’uomo mite e timidi, dai modi umili e dalla voce fessa, venata d’un vago accento torinese che ne esalta la cifra candida. La necessità di comprendere cosa e perché è successo lo conduce a un finto soliloquio, intervallato da stacchi musicali delicatissimi e segnato da un’involontaria, tenera ironia, condita da strafalcioni gustosi. In realtà egli dialoga con una figura esterna all’habitat in cui si ritrova confinato, una figura imponente, vestita d’una tunica in lamé, alla quale il dire stanco e un po’ stralunato conferiscono un che di inafferrabile: è l’anima del Nostro. Un’anima che non dà risposte, che fa solo da sponda alle domande che l’uomo si pone. Senza accorgersene, l’uomo sta per arrivare alla madre di tutte le risposte. Il suo mondo si è sgretolato, sta svaporando, egli è giunto a una personale fine del mondo, si è schiantato contro il respingente di un binario morto, contro il muro d’un vicolo cieco. Semplicemente, non è più. Questo apparente Nulla, però, è l’anticamera di una “mutazione”. Una mutazione del pensiero piuttosto che della carne e che per l’impalpabilità delle sue prospettive infonde inquietudine, ma che pure schiude spiragli confortanti. “Esilio”, questo secondo capitolo della “Trilogia della fine del mondo” di Mariano Dammacco, è ode ad una speranza ostinata espressa fra le righe con prudente discrezione. Serena Balivo è straordinaria nelle vesti dell’uomo qualunque (ma che proprio “qualunque” non è). E lascia il segno anche lo stesso Dammacco nel ruolo dell’Anima.
In “Esilio” da se stessi per lo spettacolo di Dammacco che ha chiuso Focus Puglia / Pasquale Bellini / La Gazzetta del Mezzogiorno
In “Esilio”, scritto dallo stesso Dammacco si assiste alla tragedia di un “uomo piccolo piccolo”, il quale partendo da una sciagura più che quotidiana (ahime) quale è quella di perdere il posto di lavoro, elabora e soffre una più generale e totale disamina della realtà, personale e universale, come per una ricognizione della condizione umana vissuta però tutta in chiave tragicomica, come in un paradossale processo dove il protagonista parte da se stesso per poi coinvolgere la realtà tutta. […] Serena Balivo nei panni del “nostro uomo” alle prese con il suo destino, insieme sfortunato e buffamente tragico. E’ una figura disarticolata e mobile, come una marionetta o un disegno animato, questa sagoma lieve e chapliniana, con i capelli corti a caschetto, i baffetti impomatati, la faccina spiritata. Narra e percorre le sue disavventure, dal licenziamento alle inutili ricerche di un nuovo posto, fra ricordi grotteschi (amori, amicizie, parenti), tutti in chiave di disavventura cosmica, epocale e definitiva. Buona la scrittura di questo testo […]. Molto brava, e molto apprezzata dal pubblico del Kismet, l’attrice in campo, la Serena Balivo nella sua performance attorale con i suoi tic, la gestualità meccanica e sghemba, le intonazioni e le spezzature di voce e tonalità: notevole. A Dammacco e Balivo gli insistiti applausi del pubblico.
Il Giardino degli Esperidi / Damiano Pignedoli / Dramma.it
[…] ESILIO: testo e regia di Mariano Dammacco che compare anche in scena accanto a Serena Balivo, impegnata a recitare un tragicomico ometto alle prese con la propria improvvisa disoccupazione che – nell’attuale e totalizzante società “nazista” del lavorare – lo taglia fuori […].
C’è però tanto di più nell’accorata pièce in questione, ordita sui voli terra-aria di una scrittura che ondeggia fra il divertente e il desolato, il super-filosofico e il pubblico confitto nel privato, il poetico stellare che solleva e l’articolata partitura fisica dell’attrice che, invece, trattiene al suolo con tutta la materialità scabra dei problemi di «un’anima in pena», abbandonata a una quotidianità d’isolamento indotto. E la brava Balivo, pertanto, è un implodere di telluriche fibrillazioni di cui la voce – oltre al corpo e al costume – fa da camera a scoppio tenendosi stagna su timbri bassi d’affanno cinereo, tra scintille di lunare comicità in cui rifulge un imprendibile sarcasmo che arde sulle increspature di un agire smodato […].
Quante matte risate. Esilio ad ArtiVive a Soliera / Stefano Serri / concretamentesassuolo.it
Storia di un uomo senza lavoro e di un’Anima senza più pelle, Esilio è un discorso, un quadro, un teatro.
Il protagonista è poco più di un cappotto che si apre a intermittenza, due gambe che percorrono la scena come un sismografo di buffoneria dinoccolata, accompagnando l’inesauribile danzetta ritmica di due occhi enormi che il trucco, se possibile, amplifica ulteriormente. La sua Anima non può fare molto per lui, se non (quasi un’immortalità) regalarcene la storia, raccontandola con incedere processionale attorno alla pedana di legno al centro della scena, muovendo mani attente a manipolare da lontano lo spazio, le parole e l’uomo stesso: un Anima (senza apostrofo) che accetta di raccontare il proprio vaso, un interprete drammaturgo regista che accetta di defilarsi e restare cornice della storia di questo Uomo. I due attori non separano mai sensibilità e controllo: una generosa sensibilità, sempre associata a un attento controllo di gesto e parole. E poi una virtù non comune, ovvero l’intensità: virtù che accettiamo con fatica o che associamo ad esiti lunghi poco più di un’istante e non a un progetto o addirittura a un discorso – perché Esilio, pur se attraverso l’uso di due voci e lo sdoppiamento del protagonista, non è tanto un dialogo quanto un discorso. Esauriente senza essere compilativo, lo spettacolo non è un monologo a due voci, né un dialogo immaginario, ma un discorso alla ricerca di ascolto, in un universo di assenze.
Esilio è anche un quadro. Non si tratta di uno di quei calligrafici tableaux vivants stipati di espedienti e irti di segni e segnali; nella fissità della scena spoglia i due attori (la marionetta inarrestabile e pacata che Serena Balivo aizza o sgonfia con inesausta fluidità di stati, le solenni incursioni di Dammacco, Anima dolente) ci appaiono come l’immagine di una città straniera: straniera non per la stranezza delle fogge o l’osticità delle usanze, ma perché mondo altro, dotato di propri usi, di propri costumi e di una propria lingua – un microambiente (l’arte è sempre aerobica) dove ogni atomo degli interpreti e ogni molecola della storia trasforma tutto lo spazio in parole, gesti e sguardi.
Un teatro che attraverso piccoli tocchi, pacche sulle spalle, carezze agli occhi, diffonde per endovena quell’ineliminabile tossina (o vaccino) che è la vita dell’altro, buttata dall’arte con grazia insistente dentro di noi, e poi ci provi, ma non la riesci più a staccare. E questo fa un po’ male.
Primavera dei Teatri / Claudio Facchinelli / corrierespettacolo.it
Esilio, della Piccola Compagnia Dammacco, non è un monologo in senso stretto, ma lo spettacolo è affidato fondamentalmente alla valorosa Serena Balivo che, in completo gessato, truccata con un paio di vezzosi baffetti, muovendosi a passi svelti e impacciati, racconta in un convincente falsetto la sua storia: il percorso mentale ed emotivo di un omino che, perdendo il lavoro, vede sfaldarsi a poco a poco la sua identità. Aleggia sull’intero spettacolo un’ironia un po’ surreale, come è nelle corde di Mariano Dammacco, qui contrappunto iconico alla vicenda, con addosso una lunga, femminea tunica nera in lamé, metafora di ciò che rimane di quella identità perduta, scissa.
Primavera dei Teatri / Francesca Saturnino / cheteatrochefa-roma.blogautore.repubblica.it
Imprime un segno anche Esilio di Mariano Dammacco e Serena Balivo, sospesi, entrambi in scena, in un ritiro intimo e fortemente politico in se stessi, in fuga dalla contemporaneità. Baffi sottili e un completo maschile che le disegna un corpo morbido e buffo, Serena Balivo abita le parole tenere e pungenti di un dignitosissimo Charlot dei giorni nostri, licenziato ed espulso meccanicamente e kafkianamente dalla società. Di una generosità rara, il suo monologo riverbera le screziature inespresse di una vulnerabilità umana aggredita e inerme che soffre la velocità di questi tempi disumanizzanti













