Il libro di Barbara Fontanesi è un concentrato di resilienza e di energia: si attacca e si difende in un campo di pallavolo così come nelle sfide quotidiane. La capacità di mettersi in gioco: sintomo di rispetto per la propria persona,  in sintonia con la propria natura tenace, oltre a rappresentare un segnale inequivocabile di disponibilità. Lo sport come stile di vita, determinata a progredire, sempre e comunque; l ‘ex pallavolista continua ad allenare spirito e cuore per favorire socializzazione ed inclusione, in gioco c’è un mondo più vivibile per le future generazioni. Contro i pregiudizi e le malelingue che avvelenano la società moderna, cambiano gli obiettivi ed i traguardi ma quella ragazza con la maglia n° 11 continua a correre ostinata e leggera verso nuove vittorie. Sempre in campo, per continuare a giocare , grintosa e sorridente: impegno e dedizione, sono per lei la palestra del domani

SINOSSI

Barbara Fontanesi racconta la sua vita attraverso la pallavolo: dall’infanzia in provincia di Reggio Emilia fino
ai palcoscenici internazionali della Nazionale italiana. Cresciuta in una famiglia operaia, entra nel
professionismo giovanissima e affronta un mondo sportivo competitivo, spesso duro, soprattutto per le
donne. A 23 anni, quando sembra arrivata la fine della carriera, accetta di cambiare ruolo – da schiacciatrice a
palleggiatrice – e si reinventa, guadagnandosi un posto da titolare. Gioca in club di vertice come il Volley
Modena, vince medaglie europee con l’Italia, ma affronta anche sconfitte, critiche feroci, stalking, lutti e un
divorzio. Quando smette di giocare, apre un negozio a Matera e cerca una nuova identità lontano dallo sport.
Torna poi a Modena e rientra in palestra da allenatrice, dove scopre un nuovo modo di vivere lo sport: più
umano, educativo e inclusivo. Da questa esperienza nasce Fuori Campo 11, un progetto che unisce sport e
crescita personale e sociale. Il libro è un inno al coraggio di cambiare, all’identità che evolve, e alla forza di chi
sceglie di restare ancora in gioco, anche fuori dal campo.

ESTRATTO DAL LIBRO
PRIMA DEL FISCHIO DI INIZIO
Le mie parole sono per chi ha amato lo sport, anche solo una volta. Per chi lo ha odiato, ma poi ha capito che
non era colpa dello sport, ma del modo in cui glielo avevano raccontato. È per chi ha giocato, per chi allena,
per chi guarda dalla tribuna, per chi ha smesso troppo presto o troppo tardi. È per chi ha provato a cambiare
ruolo e ha scoperto che cambiare, a volte, è il modo migliore per restare. Io, alla fine, non ho mai smesso. Di
imparare, di cercare, di sbagliare. Di giocare, insomma.
E se sei qui, forse non hai smesso neanche tu.

CAP 1
NON SI SMETTE MAI DI GIOCARE
Per alcuni, la fine di una carriera somiglia alla fine di una relazione. Prima c’è stata la passione. Poi la passione
si è trasformata in abitudine. Dopo c’è stata la sopportazione. E infine è arrivata l’assuefazione. Hai ripetuto
che sarebbe stato per sempre, ma ti accorgi che non può durare un attimo di più. E così, intrapresa una
strada solitaria, vivi all’ombra del passato, cercando conforto nei ricordi di una vita che non sembra più
la tua.
Per me, invece, la fine della carriera è stata simile alla fine di una partita di campionato. Arriva il fischio finale
e quei tre set, con tutto il loro carico di emozioni e fatica, vengono archiviati. Mi lascio alle spalle la canotta
incollata alla pelle, l’eco dei tifosi e il sudore che cola sulla fronte. Mentre mi avvio verso gli spogliatoi, non
penso più a quello che è stato ma guardo avanti, alle prossime sfide dentro e fuori dal palazzetto. C’è chi la
chiama passione, chi perseveranza. Per qualcuno è una ragione di vita. Per me, è tutta la vita.
Io la fine di una carriera l’ho vissuta due volte. La prima, quando ho smesso di giocare a ventitré anni.

Nessun applauso, nessuna festa. Solo un cambio di ruolo. Ma era come se mi avessero tolto la maglia di
dosso. Non ero più la giocatrice che ero stata fino a quel momento. E non sapevo ancora chi sarei diventata.
È successo tutto in un pomeriggio. Un colloquio veloce con la dirigenza, un paio di strette di mano, «Che ne
pensi di metterti a disposizione della squadra come palleggiatrice?», parole di circostanza. Cambiare a
ventitré anni, quando hai già una carriera alle spalle, significa rimettere tutto in discussione. A quell’età sei
un’atleta rodata, conosci il tuo ruolo, il tuo corpo, le tue sicurezze. Significa azzerare tutto. Ripartire da capo,
rischiare il fallimento, sentirsi fuori posto, snaturare ciò che eri. Mentre uscivo dall’uscio della dirigenza, la
porta si è chiusa alle mie spalle con uno schianto secco. E quel rumore mi si è piantato dentro.
Un suono semplice, quasi banale. Ma certe volte un suono è uno spartiacque. Un prima e un dopo. Come il
primo vagito di un figlio. Lo squillo di una telefonata che ti cambia la vita. Il clacson che suona un’ultima
volta sola prima di partire per non tornare più o il tonfo improvviso di un quadro che cade da solo, come in
Novecento. Quando lo senti, sai che qualcosa si è rotto. Ma, per buona pace di Baricco, tutto accade per una
ragione. Anche se, quella ragione, non riusciamo a comprendere. Quella porta che si chiudeva non era solo
un’uscita. Era un addio a una parte di me e a tutto quello che ero stata.
Anche la seconda volta che ho smesso definitivamente, anni dopo, non è stata meno netta. Ma lì, almeno,
avevo un bagaglio. E un’idea. Che la fine non fosse per forza una resa.
Per me la fine è sempre stata un’occasione. Una soglia da attraversare per reinventarmi. Perché i giocatori,
quelli veri, non smettono mai di giocare. Cambiano posizione, cambiano campo, ma giocano ancora, dentro
e fuori dal rettangolo. Giocano contro gli altri, contro se stessi e, ogni tanto, anche contro ciò che sono stati.
Un tempo pensavo che giocare volesse dire vincere. Poi ho capito che era solo uno degli infiniti modi per
restare in piedi, anche quando tutto intorno cadeva. Perché il gioco è un atto di resistenza. Un modo per
dirsi che si è ancora vivi, presenti, capaci di scegliere.
Ma per capire come sono arrivata fin qui, per comprendere davvero cosa significhi per me giocare, devo
tornare all’inizio. Ai giorni in cui la pallavolo non era ancora una scelta, ma solo un istinto. A quando
correvo per le strade del mio paese, inconsapevole che da quella libertà, sarebbe nata la mia storia

“Numero Undici. I giocatori non smettono mai di
giocare”, pubblicato da Incontri Editrice