Il trittico è stato eseguito, come recita l’iscrizione nella predella, per la Compagnia della Madonna Incoronata di San Felice sul Panaro. L’opera è firmata e datata all’anno 1500 da Bernardino Loschi (Parma 1460 ca – Carpi 1540) nel cartellino dipinto nel riquadro centrale. Costituisce il primo punto di riferimento certo per lo studio di questo artista, giunto nella Bassa modenese attorno al 1496, diventando pittore di Alberto Pio, signore di Carpi.
Si tratta di una delle opere più felici del Loschi che, all’apertura del Cinquecento, mostra una cultura pittorica composita, fortemente influenzata dalla pittura veneziana dei decenni precedenti e appena aggiornata sui contemporanei bolognesi Francesco Francia e Lorenzo Costa. Le migliori qualità dell’opera di Loschi si riconoscono nella resa ottica dei tessuti, di matrice ferrarese e fiamminga, e nell’arabesco ancora gotico del fondo d’oro con cherubini, purtroppo impoveriti a causa dello stato di conservazione del dipinto.
Il trittico si trovava in origine sull’altare dell’Incoronata e successivamente fu trasferito nell’abside della chiesa parrocchiale di San Felice. Nel 1833, dopo lo scioglimento della confraternita per la quale era stato dipinto, fu collocato nella cappella dell’antico cimitero. Venduto nel 1862 all’antiquario Pietro Gallinari, originario di Cles in Trentino, e da questi al mercante modenese Giuseppe Giusti, il dipinto fu infine acquistato nel 1864 dal Comune di San Felice che lo volle collocare nuovamente nell’abside della chiesa, dove si trovava al momento dello scatenarsi del sisma, il 20 maggio del 2012.
Non si conosce il nome dell’autore della pregevole cornice, che conserva inalterata la sua struttura e gli elementi architettonici originali. Le candelabre dorate a rilievo sui pilastrini e gli altri motivi decorativi dell’architettura lignea fanno parte di un repertorio ampiamente diffuso in area modenese e ferrarese nella seconda metà del Quattrocento.
L’ancona, che già nel 1828 è definita “tutta consumata” e molto danneggiata, è stata restaurata da Carlo Goldoni di Modena nel 1863 e, più recentemente, da Carlo Barbieri nel 1981.


L’intervento sui supporti lignei

Il trittico, dopo il suo ricovero nel Centro di raccolta di Sassuolo, avvenuto il 26 maggio 2012, è stato oggetto di un primo intervento di messa in sicurezza che ha previsto la rimozione di polvere e detriti, il consolidamento dei sollevamenti più evidenti della pellicola pittorica e l’incollaggio delle fratture della cornice lignea.
Il restauro del trittico – avvenuto nel luglio-ottobre 2014 – è stato avviato a cominciare dal supporto ligneo, che, soprattutto nella lunetta, presentava i problemi conservativi più gravi, anteriori ai danni provocati dal sisma. Le tre tavole verticali del trittico sono state risanate rimuovendo le antiche giunzioni a farfalla, che sono state sostituite con tassellature in legno di pioppo disposto nello stesso senso della venatura del supporto. Le fenditure sono state regolarizzate con la fresa e stabilizzate mediante l’inserimento di cunei e/o sverze lignee. Le traverse originali sono state sfilate e reinserite dopo avere ripulito e trattato con paraffina le loro sedi.
Diversamente dalle tre tavole sottostanti, che hanno mantenuto la loro struttura originale, la lunetta, composta da tre assi in legno di pioppo, era stata assottigliata in un precedente intervento di restauro e ridotta allo spessore di circa 1,2 cm. Le era stata inoltre applicata una parchettatura in abete estremamente rigida, che aveva creato nel tempo tensioni e sollevamenti della superficie pittorica. In particolare ciò era visibile lungo la commettitura centrale, che risultava notevolmente infossata, attribuendo al profilo dell’opera un andamento ondulato, che si definisce ad “ali di gabbiano”.
Rimossa la parchettatura, si è lasciato alla tavola il tempo di assestarsi, assecondando la sua naturale curvatura. La parchettatura è stata quindi sostituita con un nuovo telaio, necessario per il controllo dei movimenti della tavola, realizzato in legno di castagno, con la stessa forma e incurvatura del perimetro del dipinto e rinforzato da una traversa centrale. La nuova struttura, collegata alla tavola con un sistema di viti e molle, garantisce una buona tenuta dell’insieme senza bloccare rigidamente il supporto, cosa che andrebbe inevitabilmente a creare nel tempo tensioni nel legno, con ripercussioni anche sulla pellicola pittorica.
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