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La sensazione è che lo scandalo delle vetture Volkswagen, le cui emissioni inquinanti non erano fedeli alle rigide regole internazionali, sia soltanto la punta dell’iceberg. Ma questo principio di “crisi” del mercato dell’auto, ancora difficile da quantificare nei suoi effetti concreti, secondo gli analisti, potrebbe anche significare un’opportunità di lavoro e sviluppo. Ne è convinto Carlo Piastra, referente dei Giovani Padani Emilia, già pronunciatosi nelle scorse settimane a favore dell’economia blu e green. «Il caso Volkswagen, che per estensione si è già allargato ad Audi, Seat, Skoda, ma che potrebbe allargarsi ancora, è un fatto grave, che si ripercuoterà sull’economia del Paese», avverte Piastra. «Penso ai tanti concessionari italiani, dove lavorano spesso giovani, il cui stipendio è legato ai premi di produzione e alle vendite – dice Piastra –. Secondo alcuni analisti, il caso VW potrebbe favorire il mercato interno dell’auto, ma è più probabile che chi aveva deciso di cambiare auto nell’immediato rimanga alla finestra, per vedere gli sviluppi della situazione.»
Il problema è solo dei concessionari e dei loro dipendenti?
«Assolutamente no. Come riporta un servizio di Lettera 43, su ogni auto ci sono circa 400 parti meccaniche e di impiantistica prodotte nel nostro Paese. Prodotti da 2500 aziende italiane, dove lavorano circa 165mila addetti. Il tutto ha un valore stimabile in 1,5 miliardi. L’effetto di questo scandalo, sulla fragile ripresa economica, sarà tutto da valutare, ma la sensazione è che saranno ancora una volta i giovani e i precari a pagarne il prezzo.»
Cosa si potrebbe fare per correre ai ripari?
«Due cose, fondamentalmente. Esistono, in Italia, giovani competenti, formati dalle migliori università – ricorda Piastra –. Manca un’autorità terza che certifichi le emissioni inquinanti, sulla scorta del pari organismo americano, totalmente svincolato dai poteri forti e non finanziato da essi. Possiamo cercare, a livello politico, di perorare la causa per instaurare un organismo di questo tipo, che non riceva finanziamenti dai produttori di autovetture, con palesi conflitti di interessi. In secondo luogo, rilanciamo ancora una volta una politica green.»
Ci spieghi meglio… «Una norma europea, fissava un termine per dotare tutte le stazioni di servizio della rete autostradale delle colonnine per la ricarica delle auto elettriche. A distanza di tre anni, per cercare una colonnina, se non vivi a Milano, occorre il lanternino: questo è inconcepibile. Ora l’Europa chiede di passare dalle poco più di 12mila colonnine, a 800mila entro il 2020. Bisogna rilanciare forme ibride e a basso impatto ambientale, anche per rispondere alle misure di blocco indiscriminato degli Euro 1 a benzina ed Euro 3 diesel adottato da quasi tutte le città, per esempio in Emilia-Romagna. Gli impianti vanno dotati di colonnine, ma va rilanciato un settore in cui l’Italia può tornare ad essere leader: ricordo che una delle prime vetture elettriche in commercio fu la Fiat Panda, all’inizio degli anni Novanta. Allora l’esperimento fu un flop, perché i tempi non erano maturi. Ora, le tecnologie possono offrire modelli che, per prestazioni e consumi ridotti, hanno un’efficienza maggiore e concorrenziale. Credo che sia un settore nuovo, dove molti giovani tecnici possono trovare occupazione. Se l’Italia vorrà continuare a produrre auto, dovrà per forza perseguire questa strada o ricalcherà errori del passato.»
Giovani Padani Emilia