
Il Consigliere Enrico Aimi, membro laico del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ha espresso in Plenum il proprio voto contrario – in Commissione era stato l’unico – sulla proposta di pratica a tutela dei giudici bolognesi a seguito delle polemiche scaturite dalla loro decisione di rinviare gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in relazione al decreto sui ‘Paesi sicuri’ in materia di immigrazione.
“Ritengo che le critiche, seppur aspre, espresse da alcuni esponenti politici, anche delle Istituzioni, in merito al provvedimento di Rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione europea adottato dal Tribunale di Bologna, non abbiano travalicato i limiti della continenza e provocato un fattore di concreto condizionamento dell’indipendente esercizio della Giurisdizione.
Tale condizionamento, ex articolo 36 del nostro Regolamento, deve infatti sostanziarsi in un reale e concreto – turbamento – al regolare svolgimento o alla credibilità della funzione giudiziaria.
Il turbamento, sotto il profilo soggettivo, oltre ad essere un sentimento transitorio dell’animo umano, è una condizione di alterazione che influisce sulla propria capacità decisionale.
Ma sotto il profilo oggettivo possiamo davvero ritenere che alcune affermazioni della politica possano aver determinato, per il magistrato, una situazione tale da non poter esercitare il regolare svolgimento della funzione giudiziaria? Mi pare francamente eccessivo. Infatti, nel settembre del 2009, l’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, nel prestare l’assenso all’ordine del giorno del Plenum, invitò a fare – sono le sue parole – responsabile e prudente uso dell’istituto “pratiche a tutela”.
Il mio voto contrario in commissione, e oggi in Plenum, discende dal profondo convincimento che si stia invece andando in una direzione assolutamente opposta.”.
Aimi ha anche evidenziato che: “al magistrato non compete il ruolo di pretoriano dei suoi intimi, seppur nobili, convincimenti o stabilire se una legge è adeguata o meno.
È il Parlamento ad esercitare la funzione legislativa, in ossequio anche ai principi della Costituzione che affermano che – la sovranità appartiene al Popolo -, mentre all’Ordine giudiziario spetta quello di essere soggetto – soltanto alla legge -.
Così, come non compete al singolo magistrato, o alle Corti, fecondare le leggi, allo stesso modo non compete loro di sostituirsi ad organi nazionali o sovranazionali per regolare le relazioni tra gli Stati”.
Inoltre, Aimi ha ricordato che Rosario Livatino diceva: “il magistrato -altro non è che un dipendente dello Stato al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi che quella società si dà attraverso le proprie Istituzioni, in un momento di squisita delicatezza del loro operare: il momento contenzioso. Per ciò stesso, il Magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare: egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare-“
Il Consigliere Aimi conclude: “Non possiamo sottacere che, dall’insediamento dell’attuale esecutivo abbiamo assistito all’esposizione mediatica di alcuni magistrati che hanno ritenuto di poter apertamente esternare -in ogni dove- la loro ostilità alle scelte governative. Se tali posture vogliono essere considerate quali libere espressioni di un pensiero, che è inequivocabilmente politico, non ci si può né dolere, né sorprendere se poi è la stessa politica ad intervenire in presenza di un’invasione di campo.”













