Con un panel di professionisti e associazioni, il movimento paneuropeo Volt
ha continuato il percorso cominciato a Reggio Emilia per riflettere sulla
condizione delle carceri in Regione, questa volta con focus sulle dipendenze
e la salute umana in carcere.

Al Novi Park di Modena si è tenuto il secondo evento per il ciclo “Dei diritti e delle pene”, un ciclo di incontri ideato e realizzato dal movimento paneuropeo Volt e dalla sua portavoce Silvia Panini. Insieme a un variegato gruppo di esperti, il panel si è concentrato sul tema della salute delle persone detenute
e del rapporto con l’uso e la dipendenza da sostanze.
Apre l’incontro Silvia Panini, attivista e candidata di punta nazionale in Italia
nella lista transnazionale creata da Volt Europa per le elezioni europee di
giugno, che sottolinea: “Il tema carcere è un tema stigmatizzato ovunque in
Europa, ma nelle varie nazioni ci sono modi molto differenti di trattare le
persone recluse, sia dentro che dopo il carcere” continua “In UE, spesso è la
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che si trova ad assumere un ruolo di
quasi-legislatore sul carcere, bacchettando gli Stati Membri per le condizioni
in cui versano le carceri, cosa già accaduta all’Italia”.
Federica Valcauda, policy advisor per Europa Radicale e attivista
dell’associazione Megliolegale, ricorda come molte persone si trovino in
carcere per reati legati all’articolo 74 e 75. “Il 70 per cento delle persone oggi
in carcere lo è per reati collegati alla cannabis. Il 2022 è stato l’anno nero per
ingressi in carcere collegati all’abuso di sostanze; si parla del 40% delle
persone detenute a livello nazionale”. Per Valcauda i numeri vertiginosi sono
così spiegati:
“La legge 309 del 1990, che disciplina l’uso di stupefacenti in Italia, è una delle
leggi più proibizioniste e repressive sull’essere umano e la libertà individuale”.
Valcauda prosegue suggerendo “una maggiore ricerca sulla cannabis medica,
che è meno rischiosa e non ha effetto dipendente, come alternativa al
metadone all’interno delle carceri.”
Ma non basta: “Serve che a livello nazionale e regionale vengano stanziati
fondi per la creazione di progetti strutturali in carcere, senza pensare che
siano fondi persi o mal spesi, e serve pensare alla vita delle persone detenute
dopo il carcere, al fine di abbassare il tasso di recidiva, che in Italia è del 68%, il
dato peggiore in Europa”.
Segue l’intervento di Laura Quagliotto, avvocata della camera penale di
Bologna “Franco Bricola”, la quale indica: “Manca attenzione dentro e fuori il
carcere per le persone che soffrono di tossicodipendenza. Accade che le
persone detenute tossicodipendenti ricevano una somministrazione
quotidiana di metadone perché non ci sono altre soluzioni”. Quagliotto si
riallaccia poi alla tragedia avvenuta nel carcere Sant’Anna di Modena nel 2020:
“La rivolta si è legata all’abuso di sostanze proprio per la dipendenza da
metadone sviluppata. Ma, nel fuggi fuggi generale, lasciare incustodita una
sostanza che se abusata porta alla morte… qualcosa non ha funzionato”.
Quagliotto conclude con alcune riflessioni: “Da avvocata, per me la risposta è
sempre meno carcere, perché difficilmente si tratta di una risposta adeguata e
perché abbiamo tantissime misure alternative, di cui però facciamo poco
uso”prosegue “Ricordiamo che una persone detenute che esce senza essere
stata aiutata diventa di nuovo un problema collettivo. Così non andiamo da
nessuna parte.”
All’evento interviene anche Sara Manzoli, autrice di “Morti in una città
silente” e operatrice e militante in salute mentale. Nel suo libro, segue le
storie e la vita dei 9 detenuti morti al carcere Sant’Anna di Modena: “Molte
delle persone detenute erano lì per piccole pene e sarebbero presto uscite;
avessero avuto una rete sociale sul territorio, probabilmente oggi sarebbero
ancora vive. Hafedh, morto di overdose, sarebbe uscito dopo 15 giorni e aveva
già trovato un lavoro grazie all’Avv. Sebastiani”. Sulla vicenda dell’8 marzo
2020 aggiunge: “Quel giorno le persone detenute sono andate a cercare
l’unico sollievo all’interno del carcere, dove mancano attività ricreative e
formative. Non dobbiamo scordarci che quelle persone sono morte all’interno
di una delle istituzioni delle nostre città, come lo sono scuole e ospedali.
Questo è inaccettabile”.
Il dott. Claudio Ferretti, medico del Sert, fornisce un quadro della situazione:
“La popolazione tossicodipendente in carcere si compone per lo più da giovani
e giovani adulti, con una grande base di cannabis e cocaina e a salire altri
stupefacenti; nell’arco di 6 mesi, su 100 persone entrate in carcere, 80 erano
casi legati alla cannabis o alla cocaina”. Continua Ferretti:
“Ci sono dei fattori da considerare: l’arresto interrompe bruscamente il
consumo di stupefacenti; questo, per il servizio sanitario, comporta la
necessità di affrontare crisi d’astinenza, episodi di squilibrio psicofisico e, in
generale, di forte disagio”.
Ferretti sottolinea un’altra questione ancora: “Esistono oggi nuovi tipi di abusi,
per esempio di cocaina combinata ad altre sostanze, che i farmaci già in uso da
decenni per la sostituzione di sostanze – come il metadone – non possono
trattare efficacemente”. Spiega Ferretti: “Nelle carceri di Modena e Reggio
Emilia ora è stata creata un’equipe di professionisti per gestire le persone
affette da tossicodipendenza e tanti sforzi stanno venendo fatti per garantire
la capillarità dei servizi anche in zone più remote. Questo però non risolve il
problema” prosegue “Si fa fatica a costruire un progetto che inizi in carcere e
continui dopo, evitando l’effetto “porta girevole” nello stesso territorio e
nelle stesse carceri. Per trasformare il carcere in un trampolino con cui
cambiare vita serve, ad esempio, che il lavoro entri dentro le carceri. Perché, in
una Regione con molta industria e imprenditorialità, non c’è nessuna azienda
che provi a rivolgersi alla popolazione carceraria?”.
Silvia Panini chiude l’evento ricordando, a questo proposito, la presenza di
una legge che “permette incentivi fiscali alle aziende che vogliono ospitare
persone in semi libertà o ex detenute, ma rimane poco conosciuta e poco
applicata” e affermando: “Come Volt, vorremmo fare attivare la cittadinanza
attorno a questo tema. L’obiettivo di questo ciclo di incontri è anche
raccogliere spunti concreti che vanno ad applicarsi anche fuori dal carcere per
poi agire a livello regionale e migliorare la situazione”.
….
Silvia Panini, attivista e portavoce locale per Volt Italia:
Il tema dell’abuso di psicofarmaci nelle strutture di restrizione della libertà – le
carceri ma anche i centri di permanenza per il rimpatrio – è una cartina tornasole
delle modalità di gestione di tutto quello che viene considerato “disagio” e quindi
allontanato dalla comunità. Allontanato in senso geografico e fisico,
restringendolo dietro muri e sbarre, ma anche allontanato attraverso la
patologizzazione e psichiatrizzazione. Senza poi un effettivo percorso di
reinserimento, queste modalità rischiano di rappresentare un marchio indelebile
per la persona detenuta e un peso insostenibile da portare nella futura vita fuori
dal carcere.
Maggiori risorse devono essere allocate alla salute dietro le sbarre, al contempo
servono formazione e sensibilizzazione del personale per trattare in maniera non
patologizzante i disturbi che possano essere affrontati in altra maniera e
mantenendo gli psicofarmaci come ultima risposta possibile, invertendo il trend
rispetto ad ora. Infine, guardando fuori dal carcere, si dovrebbe investire nella
prevenzione dell’abuso già fuori dal carcere – sia consumo di sostanze, sia di
psicofarmaci. Nonostante sia un discorso molto ampio, non possiamo considerare
il carcere come un silos separato dal resto del mondo perché la sua funzione è
rieducativa e, quindi, tesa verso l’esterno e il “dopo”.
Cos’è Volt Europa
Volt è un movimento paneuropeo fondato sui valori della libertà,
dell’uguaglianza, dell’equità intergenerazionale, di genere e territoriale, della
solidarietà tra e nei popoli e dell’uso sostenibile delle risorse naturali.
Volt crede fermamente nella democrazia social-liberale come strumento
che ha consentito di fare dell’Italia e dell’Europa luoghi di pace e prosperità e
propone un’Europa federale per superare le divisioni, le discriminazioni, i
retaggi ideologici, i populismi e i regimi del Novecento. Volt si impegna per
una crescita sostenibile applicando il concetto di sostenibilità ambientale,
sociale ed economica raggiungibili senza lasciare indietro nessuno e lottando
contro le diseguaglianze.
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